Acqua sotto il ponte

L'acqua passa sotto il ponte senza requie.
Là vive un acquaiolo.
Arriva l'uomo pieno di sete.
L'acquaiolo gli domanda:
- Quanta sete hai uomo?
- Non bevo da molti anni.
Risponde l'uomo.
- Come mai?
- Ero lontano dal fiume.
- Dove?
- Nel mondo.
- Non c'era acqua nel mondo?
- Sì ce n'era ma non era buona come quella del fiume. Ne ho bevuta. E mi sembrava mi fosse passata la sete. Poi oggi vagabondavo qua vicino ed ho sentito il suono familiare del fiume. Di colpo mi è tornata tutta la sete.
- Quanta acqua vuoi allora?
- Dammi tutta l'acqua che è passata sotto il ponte da quando non ho più potuto berne.
- Capisco il tuo desiderio, ma non ho un secchio così grande, e se anche mi mettessi a raccoglierla pian piano, se anche tu mi aiutassi o chiedessimo a qualcun altro di passaggio, scorrerebbe comunque più acqua di quanta noi potessimo raccoglierne, e quella passata poi, sarebbe quella che tu desideri, non quella che adesso ha da venire.
- Perché acquaiolo, mi dici che muta l'acqua del fiume? Che quella che scorrerà è diversa da quella già passata?
- Questo non si può dirlo uomo assetato. L'uomo che non fa in tempo a berla tutta e nemmeno tutta guardarla scorrere, distratto continuamente dai riflessi del sole in superficie, da rumori di pesci guizzanti, uccelli ed insetti, non ha una risposta a questa domanda.
- Eppure mi sembravi sicuro poco fa dicendo che quella che io desidero è quella passata e non quella che ha da venire...
- E' vero, ma mi hai frainteso uomo assetato. L'acqua passa e noi stiamo qui a raccoglierla. La questione non è chiarire se l'acqua venuta prima sia diversa da quella venuta dopo, se insomma l'acqua cambi. A cambiare siamo noi che la raccogliamo. Noi che coi secchi pieni siamo diversi da noi venuti con la sete.
- Brutta faccenda acquaiolo, temo tu abbia ragione. Ora mi siederò qua a pensare un poco alla mia sete se non ti dispiace, e se poi lo desidererò ancora ti domanderò di portarmi dell'acqua.
- Sta bene. Fai pure.

ii.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato non ha ancora bevuto, pensa alla sua sete sdraiato lungo l'argine del fiume.
I piedi sporchi di fango ed il petto ansimante per la corsa, arriva una donna.
E' bella, l'uomo se ne innamora e vorrebbe subito giacere con lei.
Così pensa.
Lei l'ha visto, gli è vicina, ma il fiato corto non le permette di parlare. Dietro di sé guarda la foresta da cui è giunta, dinanzi il fiume.
Si lega i capelli che ha sciolti e in disordine sulla nuca, guarda ancora la foresta, guarda ancora il fiume, ma non guarda l'uomo.
E l'uomo guardandola, coi capelli discosti ora dalle guance, ne vede il viso rosso e livido, le tempie gonfie, e una ciocca di capelli appiccicata alla fronte intrisa di sangue.
Allora si vergogna di aver desiderato giacere con quella donna, che ancora gli pare bella, ma non sa se è giusto così a lui paia, ed a quella vergogna non sa dare un nome.
La donna s'avvicina al fiume, bagna i piedi, rimbocca della veste le maniche. Poi si gira e guarda l'uomo, che da sdraiato s'è messo seduto per guardarla.
Non ha tempo. Non è importante. Si toglie la veste e procede nell'acqua nuda. E l'uomo vede il suo ventre. Non crede di sbagliarsi.
- Siete sola?
Domanda l'uomo spontaneamente, ma cresce la sua vergogna. La vergogna del desiderio, della donna denudatasi di fronte ai suoi occhi, la vergogna della violenza delle sue parole e dei suoi pensieri. Ma certo a questa vergogna non sa dare un nome.
- No ci siete voi.
Risponde la donna senza voltarsi. O forse l'uomo assetato se l'è immaginato, ed ella non ha risposto niente. S'è immaginato questa risposta alla sua stupida domanda.
- Intendo dire, non avete un marito?
Prosegue l'uomo. E vorrebbe dire qualcosa d'altro, qualcosa che non sa cosa sia. Vorrebbe dire che l'ama, ma non come si giace con una prostituta. Vorrebbe dire che desidera il suo corpo, ma anche la sua anima, che vorrebbe incontrare la sua anima per sapere di cosa questa abbia paura ed esserle d'aiuto se fosse possibile. Ma tutto questo non sa dirlo.
- Un marito io l'ho.
Dice la donna che non si volta.
E l'uomo assetato si sente di colpo tranquillo, ma anche triste.
- E' lui, mio marito a non avere più una moglie.
- Che dite?
Risponde l'uomo assetato, o forse non risponde nulla. La donna è già nel fiume, prova a nuotare seguendo la corrente, s'allontana ed altro non gli risponde.

iii.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato non ha ancora bevuto, guarda la foresta, guarda il fiume, poco distante, sulla riva, vi scorge l'acquaiolo.
- Acquaiolo... - dice l'uomo. - Avete sete? Volete vi prepari dell'acqua? -. Risponde l'acquaiolo. - E' venuta una donna pocanzi, l'avete veduta -. Dice l'uomo senza rispondergli - No, - Ribatte l'acquaiolo - Intingevo i secchi -. - Questa donna che ho visto, era bella anche se sporca e ferita. S'è spogliata di fronte ai miei occhi, e tuffata nel fiume. Io Le ho domandato se avesse un marito, m'ha risposto che sì ne aveva uno, ma che questi non aveva una moglie -. - Come mai eravate interessato se avesse o meno un marito? -. Commenta dopo un certo silenzio l'acquaiolo. L'uomo assetato si sente allora molto stupido, ma lo soccorre il ricordo di quanto aveva appena veduto: - Nuda, ho visto il suo ventre -. Sente di aver risposto bene l'uomo assetato. L'acquaiolo tace e riprende il suo lavoro, tanto che pare per lui chiusa la conversazione. Non così all'uomo assetato, che gli rimane di fronte come in attesa di qualcosa. S'interrompe l'acquaiolo, posa i secchi e stretti gli occhi per la luce del sole dietro l'uomo dice: - Anche senza riti e cerimonie dio fa nascere i figli degli uomini.
L'uomo casca a sedere sulla riva, mentre l'acquaiolo riprende il suo lavoro.
- Acquaiolo, se sai chi potesse essere quella donna, e perché così mi abbia risposto, non dirmelo. Credo di aver ben da pensare sul mio desiderio e sul mio amore. Pertanto rimarrò qui presso il fiume ancora un po' se non ti dispiace.
- Sta bene, fai pure. Rispose l'acquaiolo.

iv.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato ancora non ha bevuto.
Guarda la foresta, guarda il fiume.
I suoi pensieri non conoscono rotta e ne soffre.
L'acquaiolo d'un tratto interrompe il suo ragionare:- Yashmi è il nome.
L'uomo assetato non è sicuro a chiede di ripetere. Ripetuta la frase dall'acquaiolo, suona uguale. L'uomo non pensa più, né pensa di dover pensare. Il gomitolo del suo ingegno si dipana adesso come un filo. Non domandandosi se riesca a capire, gli sembra di capire. - Che altro sapete acquaiolo? -. Domanda - Vorrei sapere -. Risponde l'acquaiolo:- So che è giunta qua ferita e sporca. So che le ferite e la sporcizia non potevano bastare a nascondere la sua bellezza. So che di fronte a voi s'è spogliata e che nuda, il suo ventre non poteva più nascondere il suo stato. -. L'uomo assetato aspettava domandandosi se l'acquaiolo si stesse prendendo gioco di lui. Proseguì quello: - So che le avete rivolto domande stupide anziché prestarle aiuto. Ma so anche che l'avete fatto perché confuso dall'amore, o perché dopo aver girato il mondo vi siete fermato qua cercando risposte. Perché innamorato poi, siete anche convinto di essere l'unico ad essersi comportato in questo modo, ve ne sentite in colpa, e al contempo sperate che lei leggendo questo amore possa aver visto il coraggio che credete di avere, dietro l'imbarazzo. -. Era tutto vero ed adesso l'uomo assetato si vergogna-. L'acquaiolo però non ha ancora finito:- In questa vergogna sentite, io credo, il riscatto da come vi siete prima comportato. Ma in realtà la vostra afflizione di adesso è simile all'arroganza di prima: non vedete che voi stesso -. L'uomo assetato e afflitto, accetta le dure parole, ma crede soltanto di capirle. Se ne accorge allora l'acquaiolo e domanda: - Perché s'è lanciata nel fiume? -. L'uomo assetato non sa rispondere. S'accorge di non aver veduto nulla di quanto era successo, ma solo qualcosa nella sua mente e si domanda se così non sia stata tutta la sua vita, ma non ha come rispondere a questa domanda.

v.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato ancora non ha bevuto.
Guarda la foresta, guarda il fiume.
I suoi pensieri non conoscono rotta e ne soffre.
Sente dentro sé d'esser però al punto di dover decidere se agire o non agire.
Per le sue colpe, non c'è tempo. Non è importante. Non risponde alla domanda dell'acquaiolo, ne compie invece una a sua volta: - Quando Yashmi ha detto, d'avere un marito, ma che questi non avesse una moglie, che poteva significare secondo te acquaiolo? -. Fa questa domanda all'acquaiolo per farla a sé, ed infatti quello non risponde, proseguendo nel suo lavoro. Pensa a voce alta l'uomo assetato:
- Io penso che Yashmi non desideri possedere il marito. Ma che questi invece desideri possedere lei come moglie. Mutano le donne già nell'idea del figlio. Quello che credevano giusto da vergini o da spose non lo credono più giusto da madri. Quando avrà capito che dio le donava la possibilità di un figlio è scappata. -. L' uomo assetato è in fondo un uomo intelligente. Il mondo ha imbrogliato la linearità dei suoi pensieri. Ma quando ritrova della matassa il capo egli ragiona bene. - Acquaiolo... - Continua l'uomo assetato a voce alta. Ma l'acquaiolo è lontano, già da tempo non può sentirlo. Questo all'uomo assetato però non importa, cammina su e giù lungo la riva e continua a pensare a voce alta:- Yashmi guardava ora il fiume ora la foresta. Qualcuno la insegue. -. Si odono in quel momento latrati di cani, ed ecco alcuni membri di questo popolo escono dalla foresta digrignando i denti, gli occhi fissi sull'uomo assetato.

vi.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato ancora non ha bevuto.
Guarda la foresta, guarda il fiume.
I suoi pensieri non conoscono rotta e ne soffre.
Sente dentro sé d'esser però al punto di dover decidere se agire o non agire.
Poi d'improvviso l'amore gli risponde.

Warg del popolo dei cani era il più astuto, intelligente e forte. Aveva sempre servito il proprio padrone con fedeltà e dedizione guadagnandone gli avanzi migliori del banchetto. Mangiava sempre per primo, scegliendo i bocconi migliori. Ai suoi compagni non lasciava che i resti. Al limitare della foresta è stanco e furioso. Ha corso a lungo coi suoi compagni e sente la preda vicina. Di fronte a lui, prima del fiume c'è un uomo che non sembra temerlo, allora Warg gli abbaia e ringhia mostrando i denti.
E' raggiunto da alcuni uomini vestiti da soldati.
L'uomo assetato rivolge loro un saluto, vedendoli arrivare. Questi non rispondono al saluto, dicono invece: - Vagabondo, cerchiamo una donna, la sposa del signore di Satranji. Le sue tracce portano sino a questo fiume. L'hai vista? -. Gli uomini sono sudati e sporchi. Hanno attraversato la foresta. Alla cintura portano grandi spade ricurve. L'uomo assetato però non se ne sente minacciato, sorride, è sereno. - Sì, l'ho vista -. Risponde ai soldati.
Warg e i suoi compagni smettono di abbaiare. I soldati ordinano loro di calmarsi.
- E' giunta qua poco fa, di corsa, i piedi sporchi di fango. Ha guardato il fiume e la foresta. Era così di fretta da non accorgersi di me, che tuttavia non potevo smettere di guardarla per la sua bellezza -. I soldati si scambiano un'occhiata soddisfatta, perché dalla descrizione sono certi trattarsi della donna che cercano -. Prosegue l'uomo assetato: - Io però, non sapendo chi fosse, le rivolsi la parola, perché desideravo sapere se la melodia della sua voce fosse bella come la forma del suo corpo -. Il racconto ed il tono della voce non piacciono ai soldati. S'accigliano e dal loro volto si cancella la soddisfazione. Rispondono all'uomo assetato: - Quella donna appartiene al signore di Satranji. Per chi la guarda con desiderio ci sono cento frustate. La tua lingua ha detto più di quanto convenisse a te dovesse dire. Saremo misericordiosi vagabondo se ci dirai dove ella ha proseguito il suo cammino -. Il volto dell'uomo assetato è ancora sereno, le minacce non paiono alterarne l'espressione. Prosegue:- Vi ringrazio della vostra misericordia soldati, ma non siate frettolosi nel giudizio e lasciatemi concludere il mio racconto. Ascoltato quanto vi sto per dire, giudicherete poi, se il fatto che lei mi incontrasse non sia stato per voi una fortuna piuttosto che un danno per il vostro signore, e se io davvero meriti le frustate che mi minacciate -. I soldati non capiscono ma restano in attesa. Sono frementi di sapere la conclusione del racconto dell'uomo assetato:- Ella vedendomi non rispose al mio saluto bensì si ritrasse. Aveva paura forse le volessi fare violenza, sola com'era in questo luogo solitario. Tuttavia non me ne andai. Rimasi lì per vedere dove si fosse diretta, e se più tardi mi sarebbe potuta capitare l'occasione. Allora vedendola avvicinarsi all'acqua vidi che desiderava spogliarsi per gettarsi nel fiume. Probabilmente temendomi decise però diversamente. Non voleva col suo corpo nudo incoraggiare il mio desiderio. Si tenne le vesti e scappò da dove era venuta per la foresta. -. Al racconto dell'uomo assetato uno dei soldati ride fragorosamente:- Sei proprio uno sfrontato, vagabondo. Altro che frustate, per il tuo racconto voluttuoso andresti ammazzato. Ci confessi senza tante cerimonie di esserti spinto ben più in là di qualche parola, nei pensieri, con la donna che cerchiamo. -. Warg e i suoi compagni non capiscono il linguaggio dell'uomo assetato, ma annusando l'aria non sentono l'odore né della donna né delle sue vesti. Il soldato fa una pausa scrutando il fiume, poi prosegue:- Ma non vedo vestiti lungo la riva, quindi almeno non sei un bugiardo. Può darsi che la tua storia ci sia stata utile, e per questo non ti faremo mangiare vivo dai cani. Addio vagabondo -. Detto questo se ne vanno, i soldati, Warg e gli altri cani.
L'uomo assetato li segue con lo sguardo, e quando non ode più i loro passi nella foresta, raccoglie da un secchio pieno d'acqua le vesti di Yashmi e le mette ad asciugare al sole. Va poi incontro all'acquaiolo: - Dammi un pò d'acqua per favore acquaiolo, una coppa per adesso, ed il tanto da riempire la mia borraccia.
Cercherò Yashmi, senza le sue vesti avrà freddo -.

vii.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Figlia di colui che sperperò i beni e rese povera la casa. Sposa di colui che li ebbe per nulla come dote delle mie nozze, madre di colui che dio m'ha mandato perchè ci sia un altro signore di Satranji.
Con questo bimbo in grembo sono scappata la notte dalla mia casa.
I cani del mio padrone mi conoscono e non mi hanno abbaiato. Satranij li tiene alla fame per aumentarne la ferocia, ma io non vista davo loro dalle cucine ghiotti bocconi che me li hanno resi amici.
Solo uno il più grosso e diffidente di loro, Warg, non ha mai voluto a lui mi avvicinassi. Costui sdraiato accanto al seggio del signore ogni giorno banchetta i suoi avanzi.
Concluso il pasto ogni giorno Satranij è più ubriaco, sulle ginocchia vuole sedute concubine lascive, e canti di eununchi deliziargli le orecchie.
Drogare il cibo di Warg non fu difficile.
Lo addormentai senza ucciderlo.
Perché una sposa può togliere la vita, ma non una madre.

Io che sono il forziere che ospita il suo discendente, non sono stata esente l'ultima notte dalle percosse che ricevo al rifiuto delle sue brame. Ma questo non è importante. Era l'ultima notte. Poi sono scappata.

Dolorante e nel mio stato ho attraversato la foresta senza fermarmi. Sino a che non sentivo le mie gambe esplodere dal dolore, il mio petto incapace di prendere aria. Sino a giungere al fiume. Qua ho abbandonato i vestiti, sapendo che li avrebbero trovati gli uomini di Satranij.
Ma non c'era altra strada.

Mi sono lanciata nel fiume solo per la naturale prosecuzione della mia corsa. Dove questo mi avrebbe portata non lo sapevo.

Ed infatti ho sopravvalutato le mie forze. Il fiume di molto s'ingrossa al centro del suo alveo, ed io ero già troppo stanca. Con le ultime forze sono tornata alla riva da cui provenivo. Mi sono adagiata fra i giunchi dove ho sperato di non essere veduta.

Al mio risveglio, abiti logori di campagna coprivano il mio corpo come una coperta. Li ho indossati e mi sono diretta verso il ponte, dove sapevo vivesse un acquaiolo.

La sua nudità rivelava l'artefice del dono.

viii.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
Vivo con l'uomo buono che mi ha fatto dono delle sue vesti, il quale non parla che di filosofia e morale. Lo fa lavorando e lo fa quando non lavora.
I miei capelli ora sono corti, e per ricambiarlo della sua bontà lo aiuto nel lavoro.
Quando il mio ventre darà alla luce un figlio costui diverrà un filosofo dell'acqua e non risiederà nella casa dove ha giocato ed è stata violentata sua madre.
Guardando l'acqua scorrere in questo luogo solitario sento non mancarmi niente.
Alle mie spalle non ho che dolore e non posso quindi provare nostalgia.
Di fronte a me sento sempre più vicino il dovere di madre. Questi pensiero mi invade sempre, quando non trasporto i secchi d'acqua.
Non conosco la paura di dover decidere per la mia vita, perchè dio ha già deciso della mia vita nel mio grembo.
Gli sono ora grata. Ho capito che egli non voleva un nuovo signore di Satranij, ma voleva invece spingermi a scappare dal mostro che mi possedeva.
La paura di decidere una cosa o l'altra, questa sete inestingubile è tutta degli uomini.
L'acqua da cui si abbeverano le donne non è nel fiume o nel mondo, è dentro loro stesse.
Se esprimessi questi pensieri all'acquaiolo non so cosa ne direbbe. Lo stupirebbe forse che una donna si occupi di filosofia, o ne sarebbe indignato? Ma se anche invece lo trovasse accettabile e normale, potrebbe avere da ridire delle mie teorie immature.
Non voglio indisporre così il mio benefattore, o ferire in alcun modo l'unica persona che ora mi fa compagnia nella vita.
Cullerò invece questi pensieri con me stessa, come qualcosa di mio, come il figlio che presto vedrà la luce.

ix.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
E forse non sono nemmeno più una donna.
Dio ha maledetto il mio tradimento e la mia fuga. Dio è un mostro malvagio che ha sempre protetto stirpi di mostri malvagi! Io ho disobbedito al suo bieco progetto e lui mi ha tolto l'unico figlio!
Crudele maschio e perverso dal suo cielo silente non mi ha uccisa. Ha fatto sì che sopravvivessi alla morte del mio bambino. Non esiste dolore più grande! Io non sono più niente se non l'odio che provo verso di lui.
Ho perso il senno in un lago di sangue. Al mio risveglio, mio figlio era già stato affidato al fiume. L'acquaiolo mi ha detto che uscito dal mio grembo non riusciva a respirare. Maledico dio! E tutti coloro che lo venerano.
La tranquillità di quest'uomo perdipiù mi è disgustosa. Ha commentato la morte del mio bambino come avrebbe potuto parlare di un mutamento nel cielo, dell'approssimarsi di qualche nuvola all'orizzonte! Su quest'uomo senza saggezza, prigioniero della sua molle placida inutilità io ci sputo! Perchè sono svenuta! Perchè! Se non fossi stata debole, così debole... resa debole da questa vita frugale e penosa. Se fossi rimasta nella mia casa, assistita da servitori ed ancelle allora il mio figlio vivrebbe. Così dio mi ha punita per aver ostacolato il suo piano mostruoso. E ora io sputo su quelli che lo venerano e su quanti gli assomigliano. Dio plasmò dalla terra gli uomini simili a lui, diede loro le donne per completarli. Io non completerò mai esseri tanto disgustosi e sono disgustosa anche io se sono nata per questo. Ho ucciso! Ho ucciso. Non resterò in questo luogo un giorno di più.

x.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
E forse non sono nemmeno più una donna.
Io sono quest'uomo che ascolto.
Perché quando egli mi parla la mia rabbia si ferma. Non ha un nome, dice d'averli tutti.
Non sa cosa mi sia successo. Non gliel'ho mai raccontato, né mai me l'ha chiesto. I suoi occhi non vedono la mia bruttezza. Io non sono più la sposa, non sono la madre, non sono nulla. Anche io come lui non ho un nome, li ho persi tutti.
Ogni giorno lui viene a portarmi dei doni. Si tratta di frutti, libri e fiori colorati.
Mai nulla di costoso. Non deve essere un uomo ricco. Io lasciavo che i frutti marcissero, i libri prendessero polvere, ed i fiori appassissero accanto al mio letto. Il giorno dopo ce n'erano degli altri.
All'inizio veniva dopo che i clienti erano andati via. Ma per la mia trascuratezza e bruttezza, per la mia tristezza ed i miei pianti i clienti hanno smesso di venire. Non so se è lui che paga l'affitto di questo tetto e di questo letto, non può essere, non potrebbe permetterselo, o se piuttosto è la vecchia ad avere pietà della mia sorte. Poi ha cominciato a venire anche di giorno. Puliva o buttava i regali sgualciti, ne portava di nuovi. Un giorno seduto accanto al mio letto ha cominciato a raccontare della sua vita.
Non so con che cosa cominciò, perché all'inizio non lo ascoltavo. Forse avrà ripetuto le stesse storie molte volte, perché ora mi sembra di sapere tutto di lui. Ha girato il mondo, con la sete che hanno solo gli uomini.
Ma ascoltata dalla sua bocca quella sete non mi sembrava ridicola o ignobile ma buona e pura. Non so nemmeno se i suoi racconti fossero veri, so che mi piacevano, so che il mio odio e la mia rabbia scemavano ascoltandoli. Molte delle avventure che raccontava erano buffe e mi veniva da ridere a sentirle. Quando risi per la prima volta, spettinata e senza denti come una strega lui si girò. Quando veniva non mi guardava mai nel volto sino ad allora. Io allora mi vergognai e mi coprii la bocca con una mano mentre con l'altra aggiustavo i capelli. Lui mi sorrise e continuò a raccontare come se niente fosse. Da quel momento in poi fui certa non vedesse nessun mostro dentro di me e le cose cominciarono ad andare meglio.

xi.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
E forse non sono nemmeno più una donna.
Io sono quest'uomo che ascolto.
E se voglio che lui sia me dovrà ascoltarmi.
Davanti allo specchio, pettinata e pulita, lavato il vestito, sapevo di non essere bella come quando ero andata in sposa. Ma non sarebbero state appropriate le parole che quel giorno intendevo pronunciare alla giovinezza e alla purezza di una sposa. Non ero giovane e pura da tempo. Avevo attraversato il fiume.
Nei miei pensieri quando lui andava via, l'avrei voluto chiamare marito. Non aveva un nome col quale potessi chiamarlo e mi dispiaceva che non ci fosse un nome per chiamare la sua bellezza. Io certo però non ero una moglie, anche se ero certo lui non ne avesse una. Non perché non me ne avesse mai parlato. Ma perché passava troppo tempo con me, ed era troppo povero. Una moglie avrebbe certo preteso che in quel tempo si cercasse un lavoro.
Ma non è questo, queste sono sciocchezze. Io piuttosto so che mi amava. Dal suo sguardo, da cosa sceglieva di raccontare, dalla sua luce quando ridevo, dal suo fare il verso a certi miei atteggiamenti sapevo che mi amava. Sapevo che mi amava dalla sua presenza, e questo mi diede coraggio. Il sole tramontava ed io lo attendevo con ansia, perché era a quell'ora che di solito veniva a trovarmi. Quando arrivò non ero più in me dalla contentezza. Ma era una serenità che io stessa dovevo rovinare. Sapevo che era così. Lo zittii quando come al solito si apprestava a raccontare e parlai invece io.
Raccontai delle mie nozze, della fuga e di mio figlio. Raccontai dell'acquaiolo e della vita dopo l'acquaiolo. E vidi che lui era triste per me, molto triste, non c'era un velo di rabbia nel suo sguardo, non un velo di giudizio. Mi si spezzava il cuore a vederlo così, ma poi m'accorsi che non era triste solamente per me, c'era dell'altro che non riuscivo a capire. Un pensiero che lì per lì non volle confidarmi. Quand'ebbi finito di raccontare, delicatamente mi baciò le mani e la fronte, ed aperta la porta tornò alla strada bianca come ogni volta. Piansi tutta la notte.
Non so di che cosa.
Felicità.
Tristezza.
Paura.

xii.
L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
E forse non sono nemmeno più una donna.
Io sono quest'uomo che ascolto.
E se voglio che lui sia me dovrà ascoltarmi.
Quando l'avrà fatto indosserò le mie vesti che saranno mie per sempre.

Il giorno dopo venne da me con una veste che riconobbi subito, nonostante tutta l'acqua passata sotto il ponte. Con quella veste ero scappata. Quella veste mi ero tolta di fronte ad un uomo presso il fiume. Un uomo che mi guardava con desiderio, ma non aveva saputo cosa dire. Un uomo che il fiume mi aveva fatto vedere solo per dimenticarlo. Allora non esisteva che la mia libertà e la lotta per averla.
Mio marito, colui che io amavo e che mi amava a sua volta, aveva nascosto allora, le mie vesti perché non le trovassero gli uomini di Satranij. Così io m'ero salvata dalla morte e dalla tortura.
Dio non aveva concesso a mio figlio la vita. Ma capii che non avrei mai potuto dire se fosse stato più misericordioso farlo morire quel giorno o farlo crescere e vivere come un mostro nella casa di suo padre, padrone e vessatore di donne identiche a sua madre. Negli occhi di mio marito vedevo come a lui dio avesse sottratto la riuscita di un'impresa.
La riuscita di un'impresa quando l'entusiasmo della giovinezza gli sembrava aver scacciato dal suo cuore ogni bruma. Mi aveva cercata in lungo ed il largo ma non poteva immaginare vivessi nascosta dall'acquaiolo. Non poteva immaginare tutto quanto era successo.
E quel pensiero che il giorno prima non avevo compreso, che m'era parso inconfessabile e che mi aveva fatta piangere tutta la notte era l'eterno "se solo...". Abbracciati piangemmo a lungo.

Indosso me stessa, dando il braccio a mio marito passeggiamo lungo l'argine del fiume. Vediamo che presso il ponte non c'è più nessuno. Nessuno che raccolga da là l'acqua con dei secchi. Guardiamo il fiume felici del nostro amore. Io so che lui sta pensando quello che sto pensando io. Si sta domandando sciocco come io sono sciocca se quattro occhi, quattro occhi come quelli che abbiamo possano vedere ciò che abbiamo cercato nel fiume.
Ma subito la luce del sole che si riflette sull'acqua, il guizzo di un pesce, il verso d' un uccello o il ronzio di un insetto ci ha già distratti. E distratti dal fiume ci torna alla mente il nostro amore.

licenza

L'acqua passa sotto al ponte senza requie.
L'uomo assetato ancora non ha bevuto.
Guarda la foresta, guarda il fiume.
I suoi pensieri non conoscono rotta e ne soffre.
Sente dentro sé d'esser però al punto di dover decidere se agire o non agire.
Poi d'improvviso l'amore gli risponde.
Io sono Yashmi, figlia, sposa e madre del signore di Satranji.
Ma vestita da acquaiolo non sembro più nemmeno una donna.
E forse non sono nemmeno più una donna.
Io sono quest'uomo che ascolto.
E se voglio che lui sia me dovrà ascoltarmi.
Quando l'avrà fatto indosserò le mie vesti che saranno mie per sempre.

20 giugno 2020

Written By
Giulio Salis

Metto per iscritto alcuni pensieri.