Il Conte

In un grande regno un conte, vassallo fedele del re, è signore delle proprie terre che amministra secondo giustizia. Dagli spalti del suo castello può vedere, a poche miglia di distanza le contee limitrofe, con le quali è in un rapporto pacifico. Sa che queste sono governate col soppruso, con ruberie, stupri e vessazione dei sudditi. Alle volte, alcuni di questi arrivano nella sua contea, scappando da quella dove son nati. Allora il nobile del quale questi son sudditi domanda al Conte se questi di cui ha giurisdizione siano per l'appunto finiti nella sua contea, se può, qualora non ne fosse a conoscienza, svolgere delle indagini per scoprirlo, e nel caso, mandarli indietro nella tradizione di buoni rapporti tra feudo e feudo e nel rispetto delle leggi del re. Ogniqualvolta questo succede il Conte è in difficoltà con la sua coscienza ed ha risolto la cosa a volte in un modo a volte in un altro, ma sempre con un certo rimpianto per la decisione presa. Succede di tanto in tanto che il re, che si sposta nel reame di contea in contea per assicurarsi l'obbedienza dei suoi vassalli risieda dal Conte come suo ospite. Allora, essendo a conoscienza delle abitudini di governo di questi e vedendo la povertà del castello in cui egli vive gli suggerisce "Conte, non siete costretto a vivere a questo modo, se aumentaste le tasse sui contadini potreste mantenere un camino in più in questo palazzo così freddo. Potreste anche costringere delle donne a giacere con voi. Nei piaceri della carne il vostro animo muterebbe volto in uno più allegro. Vedete come i vostri vicini vivono meglio di voi. Forse pensate che la corona biasimerebbe questo comportamento, ma sono qui per dirvi che siete in errore a tal proposito, per darvi la mia benedizione e fugare ogni dubbio". Il Conte ringrazia il sovrano per la sua preoccupazione e munificienza, e risponde ogni volta con parole malcerte che non offendano il re, ma che lasciano intendere che non ha attualmente di queste necessità e che semmai rimanderà l'attuazione di questi cambiamenti nel governo ad altra epoca. Un giorno un filosofo girovago arriva al castello del Conte. Questi lo ospita ed i due mangiano assieme. Dopo aver mangiato gli dice il filosofo: "Grazie Conte per la vostra ospitalità. Attraversando le vostre terre e le altre del regno, sono venuto a conoscienza di come queste e quelle siano governate. Ho tratto allora la conclusione che la differenza di questi governi vi tormenti e sono venuto fino a voi per portarvi il mio consiglio: voi dovete diventare re, e governare non più solo la vostra contea, ma l'intero regno con le vostre giuste leggi. A questo punto non avrete più da soffrire in questo modo." Ascoltato il filosofo il conte gli risponde "Mi proponete di diventare re, ma la corona non mi spetta per diritto di nascita. Potrei quindi farla mia unicamente col diritto della forza. Dovrei radunare sotto il mio vessillo molti uomini armati, coi quali marciare sulla capitale, sconfiggere in battaglia quanti fra i feudatari si diranno fedeli all'attuale re ed entrato nella reggia come condottiero vincitore proclamarmi re da solo. Avete però detto d'aver conosciuto nei vostri viaggi che la mia contea è l'unica ad essere governata ad un modo differente da quello in cui sono governate tutte le altre. Potete allora ben capire che anche qualora io desiderassi tradire il re, versare il sangue dei miei e degli altri sudditi del regno così come privare i contadini del loro raccolto per l'approvigionamento delle truppe, perchè questi sono i fatti della guerra, ugualmente non ho uomini sufficienti al compimento di una simile impresa se, come è ragionevole credere, tutti gli altri feudi, conformi nel governo, si schiereranno sotto la bandiera del re. Persa la campagna militare, giacchè non ho nè moglie nè figli, la mia contea sarebbe consegnata dal re ad uno dei miei vicini, che la governerebbe così come governa la sua. Qualora invece la mia arte militare fosse tale da consentirmi, pur in una posizione così svantaggiosa, la vittoria sul nemico, e pertanto occupassi il trono, in che modo potrei governare il regno se non con la forza? Signori abituati al soppruso, non si ribellavano a quel potere che lo garantiva loro. Nel mio regno invece cosa potrebbe mai dissuadere loro dal farmi guerra al fine di rimettere sul trono un sovrano che si mostri compiacente ai loro costumi di governo? Il mio regno, qualora fossi re, sarebbe sempre in quella guerra che non desidero". Continua il filosofo: "Mostrate di aver già ragionato sulla faccenda Conte. Siete voi stesso un filosofo. Può darsi abbiate ragione, diventare voi re non è una strada percorribile. Ma siccome il tormento di un giusto non lascia dormire noi filosofi, permettetemi allora di fornirvi un consiglio diverso da quello che vi ho appena proposto, che certo fa al caso vostro. Nella foresta alcuni uomini, filosofi come me e voi vivono in pace e letizia, condividendo quanto hanno e non chiedendo a dio nulla di più di quello che la foresta offre loro. Io credo che il vostro posto nel mondo è più fra simile gente alla quale simile siete che non su questo trono che adesso occupate. Abbandonate il castello ed unitevi a loro. La loro comunità non dista da qua che poche miglia". Risponde il Conte: "Ho sentito già parlare di questi uomini che vivono come voi dite che vivano. dite che il mio cuore gioirebbe di questa vita in mezzo a loro. Ma come potrebbe, sapendo che questo trono che abbandono, sarà occupato da altri, e sapendo in che modo chiunque di questi altri è abituato a governare?". La parte certa di questa storia si conclude a questo modo. Se il filosofo avesse ancora da rispondere non è dato sapere. Tuttavia c'è chi ha voluto proseguire il racconto dicendo, che nei successivi tempi, la solitudine e l'amarezza del Conte fosse cresciuta a tal punto da spingerlo ad obbedire a questo secondo suggerimento del filosofo. Abbandonato il trono ha percorso a piedi molte miglia, raggiunta la foresta e trovata la comunità di uomini che all'interno vi avevano preso dimora. Non senza stupore o diffidenza fu da loro accolto e gli parve all'inizio che questi fossero così come il filosofo li aveva descritti, buoni e giusti secondo la legge di dio. Ma col tempo aveva potuto vedere molti malumori che usavano nascondere in seno come vipere, bassezze e delitti persino che negavano a se stessi e che protraevano di giorno in giorno, gli uni con gli altri. Allora abbandonatili, andò alla reggia per parlare col re e tornare nelle sue grazie. Questi gli disse "Ma certo amico mio. Il vostro trono è il trono della vostra famiglia. Fino a che la casa non si estingue sempre sarà vostro. Chi durante questo tempo ha preso il vostro posto ugualmente la pensa a questo modo e sa che ha dovuto governare la vostra contea solo per l'immediata necessità. Con letizia vi saprà ritornato, con letizia abbandonerà il vostro trono. Nessuno sapeva più dove foste. Abbiamo fatto molte ricerche." Il Conte non riusciva ad essere felice per il potere tornato nelle sue mani. Mentre abbandonava la reggia, il re aggiunse una ultima postilla. Gli chiedeva, in segno della ritrovata amicizia e della volontà di non volere più preoccupare la corona come durante la sua sparizione, una qualche infamia ai danni di sudditi lontani. Chi ha pensato che le cose andassero a questo modo non ha poi proseguito altrimenti. Da ciò siamo all'oscuro se il Conte abbia accettato o meno. Tuttavia c'è ancora un'altra vulgata secondo la quale a malincuore il Conte accettò la richiesta del re, macchiando il suo cuore. Quando dopo l'indegna impresa si riprese infine il trono, trovò le sue terre malate e ferite di tutto il tempo passato nel mal governo del suo sostituto.

9 febbraio 2022

Written By
Giulio Salis

Metto per iscritto alcuni pensieri.